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Museo storico della Liberazione - Roma

 A seguito del nuovo decreto Covid, in vigore dal 26 aprile 2021, il Museo riapre dal lunedi alla domenica dalle ore 9:00 alle ore 19:00

Corridoio e sala degli ebrei

La sala in fondo al corridoio dell’appartamento al terzo piano è stata allestita con documenti di varia tipologia a testimonianza delle condizioni di vita degli ebrei romani tra il 1938 e il 1944.

Evento-cardine dello status giuridico degli ebrei italiani è la promulgazione della legislazione antiebraica nel 1938 preceduta da una capillare azione di propaganda razzista, già avviata dopo la conquista dell’Etiopia (1935), in cui la componente antisemita diventa dominante via via che si avvicina il 1938. Sono trascorsi appena 70 anni dall’equiparazione dei diritti e dei doveri dei cittadini romani di religione ebraica con i cittadini italiani di altro credo religioso (1870-1938).

Si arriva alla tragedia del 16 ottobre 1943 con la deportazione nazista a danno della comunità di ebrei residenti nell'ex ghetto e in quasi tutti i quartieri della capitale suddivisa per l'occasione in 26 zone. Nel treno piombato partito lunedì 18 ottobre 1943 dalla stazione Tiburtina e approdato ad Auschwitz cinque giorni dopo sono rinchiusi 1.022 ebrei. Tornano in sedici : quindici uomini e una donna. Nessuno dei 273 bambini (di cui 107 sotto i 5 anni).

Ugo Foà, presidente della Comunità Ebraica di Roma, nella relazione sulla razzia confermata in istruttoria durante il processo Kappler,scrive: “Né il sesso, né l'età, né la malferma salute, né benemerenze di sorta furono di scudo a questo barbaro agire: vecchi, bambini, malati gravi, moribondi, donne incinte e puerpere appena sgravate, tutti furono ugualmente prelevati. E mentre nel quartiere dell'ex Ghetto questa scena di orrore si svolgeva tra le grida disperate delle vittime, gli urli concitati degli aguzzini, le esclamazioni di raccapriccio dei concittadini cristiani, i quali al di là dei cordoni tedeschi assistevano impotenti alla violenza inaudita che nella sacra città di Roma, nella millenaria capitale dello Stato italiano, dei militi stranieri consumavano sulla persona di altri cittadini italiani, per le strade dell'Urbe altre schiere di soldati hitleriani si snodavano nella caccia agli israeliti ricercandone le abitazioni sulla scorta di predisposti elenchi" (dalla Sentenza n.631, del Tribunale Militare Territoriale di Roma, 20/07/1948).

La razzia del 16 ottobre 1943 e i successivi arresti e deportazioni , in particolare dal febbraio 1944, sono stati facilitati dal censimento dei cittadini italiani appartenenti alla razza ebraica del 1938 poi aggiornato al 1942 e messo a disposizione degli occupanti dalla Questura e dai commissariati. E’ da evidenziare che la legislazione antiebraica italiana del 1938 non era stata abrogata dal governo Badoglio nei quarantacinque giorni (25 luglio - 8 settembre 1943). Inoltre i provvedimenti legislativi della Repubblica Sociale Italiana (RSI) non faranno che aggravare dal novembre 1943 la condizione degli ebrei residenti nel territorio italiano occupato. Se all’art.7 del Manifesto di Verona del 17/11/1943 si dice che “Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica”, dopo quasi quindici giorni,il 30 novembre, il ministro dell’interno della RSI Guido Buffarini Guidi in linea con l’articolo 7 emanerà la seguente circolare: “tutti gli ebrei […] a qualunque nazionalità appartengono, e comunque residenti nel territorio nazionale,debbano essere inviati in appositi campi di concentramento […]. Tutti i loro beni debbono essere sottoposti ad immediato sequestro, in attesa di essere confiscati nell’interesse della Repubblica Sociale Italiana…” (v. documento in bacheca “deportazione”). Il 4 giugno 1944 Roma è libera dopo nove mesi di occupazione nazifascista. L’ultima immagine esposta nella bacheca “deportazione”, dopo quelle del campo di transito di Fossoli (Carpi) e dell’arrivo al campo di sterminio di Auschwitz, ritrae la bandiera della Brigata Ebraica che sventola a Largo Chigi nel giugno 1945.

Per l’organizzazione dei documenti sono state predisposte bacheche riferite alle principali tappe della discriminazione, della persecuzione e della deportazione così come hanno condizionato la vita degli ebrei nella capitale. Entrando nella sala le Bacheche “Discriminazione” e “Persecuzione”sono poste di fronte e sul lato destro.

Bacheca “Discriminazione” (partendo da sinistra): Le leggi razziali vengono precedute da una violenta campagna antiebraica portata avanti dalla stampa. Vediamo qui i titoli di alcuni giornali:
Il Popolo d'Italia, organo ufficiale del partito fascista, propone una serie a puntate di articoli che tentano di dare una giustificazione storico-filosofica alla inferiorità della razza ebraica, ricorrendo a categorie come spirito e materia per giustificare antichi e nuovi pregiudizi. Ecco il titolo dell'articolo pubblicato il 20 luglio1938 "Ebrei Peste delle Nazioni". Anche se con toni un po' diversi partecipano attivamente alla propaganda del regime Il Messaggero e Il Corriere della Sera. Dal 2 agosto 1938 fanno a gara per "informare" che gli ebrei stranieri dovranno lasciare il regno, che sarà revocata la cittadinanza italiana agli ebrei stranieri che l'avevano ottenuta, che ci sono troppi ebrei stranieri impiegati nella Sanità.
Il Messaggero del 6 agosto 1938 risponde alle accuse di razzismo di alcuni paesi europei precisando che "discriminare non significa perseguitare". L'11 agosto 1938 il quotidiano romano annuncia un censimento della popolazione ebraica. Il Messaggero dell’8 settembre 1938 " insegnanti e scolari sono esclusi dalle scuole di ogni ordine e grado”. Sempre Il Messaggero del 7 ottobre 1938 annuncia che il Gran Consiglio del Fascismo ha preso decisioni sulla razza e aggiunge che l'ordine del giorno esprime " la fierezza della Nazione". Segno di partecipazione attiva alla discriminazione è "Il plauso di un gruppo di studiosi" in cui un gruppo di insegnanti di medicina dell'Università di Cagliari ringrazia il governo per aver preso finalmente provvedimenti per la difesa della razza.
Al centro della bacheca “Discriminazione”: Regio decreto legge del 17 novembre 1938 Provvedimenti per la difesa della razza italiana (foto firme). Il decreto firmato dal re Vittorio Emanuele III e da Mussolini, pubblicato in Gazzetta Ufficiale (n.264 del 19/11/1938), sarà convertito in legge (n.38) senza modifiche il 5 gennaio 1939. Legge votata all’unanimità dalla Camera dei deputati e a larghissima maggioranza dal Senato. Nella stessa bacheca del decreto sulle Leggi Razziali sono riportate due pagine di vignette esplicative sui divieti pubblicate da La Difesa della Razza del 20 novembre 1938, (anno II).
FOTO VIGNETTE: Nella prima pagina si spiega quello che gli ebrei non possono fare:
prestare servizio militare; esercitare l'ufficio di tutore; essere proprietari di aziende che interessano la difesa nazionale; essere proprietari di terreni e fabbricati; avere domestici ariani ; gli ebrei stranieri devono essere espulsi.
Nella seconda pagina si spiega dove gli ebrei non possono trovarsi: nelle amministrazioni militari e civili; nel partito fascista; negli enti provinciali e comunali; negli enti parastatali; nelle scuole statali di ogni ordine e grado. Nel volgere di poche settimane persero l’impiego circa 200 insegnanti, 400 dipendenti pubblici, 500 dipendenti privati, 150 militari e 2.500 professionisti, inoltre 200 studenti universitari, 1.000 delle scuole secondarie e 4.400 delle elementari furono costretti a lasciare lo studio.

Bacheca “Persecuzione” (a destra): foto della tabella della quinta ripartizione del Comune di Roma che pubblica il numero di espropriazioni ai danni dei proprietari ebrei nell’anno 1939. Dopo l'esclusione di alunni e insegnanti di "razza ebraica" dalle scuole di ogni ordine e grado, le comunità ebraiche organizzano le loro scuole. Queste sono in genere di altissimo livello dal momento che un gran numero di insegnanti nelle scuole e nelle università sono ebrei. A Roma la comunità ebraica apre la scuola di Colle Oppio. Gli alunni che frequentano queste scuole per il riconoscimento dell'anno scolastico devono superare un esame. In alcune scuole elementari alcune maestre e maestri ebrei prima in servizio e poi espulsi vengono incaricati di svolgere l'insegnamento ad alunne ed alunni ebrei, in classi separate, in genere in orari diversi. È il caso di Lina Zarfati, maestra a Roma presso la scuola elementare Pestalozzi a cui viene impedito di continuare a svolgere il ruolo di insegnante, ma viene nominata nel gennaio del 1939 nella stessa scuola maestra della sezione speciale per gli alunni di “razza ebraica”. Nella bacheca è visibile la copertina in cartoncino giallo dell’elenco dei cittadini di razza ebraica aggiornato al 20 aprile 1939, in ottemperanza all’obbligo della dichiarazione secondo l’art.19 del Regio Decreto legislativo del 17/11/1938. Seguono una serie di documenti quali certificato di nascita, di matrimonio e libretto di lavoro in cui è presente l’espressione “Razza ebraica”.

Bacheca “deportazione” (entrando a sinistra). L’intera famiglia Bondì (genitori e sei figli dai 12 ai 2 anni) è arrestata a Roma il 16/10/1943. Tutti partiti dalla stazione Tiburtina di Roma il 18/10/1943. Giunti nel campo di sterminio di Auschwitz, tutti sterminati al loro arrivo il 23/10/1943. Il 16 ottobre è un sabato piovoso “una fitta pioggia autunnale che non faceva molto rumore” (Foà) La razzia ha inizio alle 5:30, dopo che il sonno degli abitanti del ex-ghetto di Roma era stato interrotto nel cuore della notte da numerosi spari lungo le strette vie di quel luogo che Settimia Spizzichino, unica donna sopravvissuta alla deportazione del 16 ottobre 1943, così ricorda: “Quello che c’era nel ghetto, c’è sempre stato, c’era il calore. C’era il calore delle famiglie, quasi tutte povere – c’era pure chi stava benino – ma non faceva pesare, era una comunità sana, sana” (Intervista a Settimia Spizzichino del 1967 in Robert Katz, Roma città aperta, il Saggiatore, 2009, p.131). Nell’arco dei precedenti quindici di giorni, tra il 26 settembre e il 16 ottobre 1943 accadono fatti che avrebbero dovuto allertare gli ebrei romani e la Comunità israelitica. Ma così non è stato. A parte una minoranza lungimirante e in condizioni economiche tali da poter lasciare la città o nascondersi in luoghi protetti, gli altri si ritengono al sicuro, nonostante quei segnali allarmanti, in quanto il 28 settembre avevano consegnato i 50 Kg. d’oro al Comando di polizia tedesco (Aussenkommando) di via Tasso. Alla data del 16 ottobre si crede ancora che nel peggiore dei casi gli uomini giovani e in salute sarebbero stati utilizzati dagli occupanti in lavori forzati a vantaggio del Terzo Reich.

Foto della ricevuta per la consegna di 11gr. d’oro alla Comunità israelitica: la ricevuta è rilasciata alla Sig.ra Della Rocca Elda in data 28 settembre 1943 per aver affidato alla Comunità un oggetto in oro del peso di 11gr. Si tratta di una delle ricevute date agli ebrei romani e a tutti coloro che consegnano oggetti in oro, anche quelli di poco valore in quanto in trentasei ore bisogna raccogliere 50Kg. d’oro al fine di evitare la deportazione di 200 capifamiglia. Infatti il 26 settembre 1943 alle ore 18 Kappler , aveva accolto “in modo affabile” i due presidenti, Foà e Almansi; ma, poi, con ben altro tono, era giunta perentoria la richiesta dell’oro: “ È il vostro oro che vogliamo per dare nuove armi al nostro paese. Entro trentasei ore dovrete versare cinquanta chilogrammi […]. Se lo verserete non vi sarà fatto del male. In caso diverso duecento fra voi verranno presi e deportati in Germania […] o altrimenti resi innocui”. Giacomo Debenedetti, sulla base di alcune testimonianze orali, annota: “La Questura italiana, subito informata dell’imposizione, non rispose. Si scrisse, si andò, si telefonò: il silenzio, per una crudele allusione, era più che mai d’oro” (Giacomo Debenedetti, 16 ottobre 1943, 1993, pp. 26-8).

I 365 poliziotti tedeschi impegnati nell’operazione arrestano, tra le 5:30 e le 14:00, 1.266 ebrei ammassandoli in camion diretti al Collegio Militare di via della Lungara; nel primo pomeriggio ne sono rilasciati 252 in quanto misti, o coniugi ebrei di matrimonio misto; alcuni riescono a fuggire dichiarandosi misti. I poliziotti tedeschi appartengono ad un reparto di Einsatzkommando mobile (14 tra ufficiali e sottufficiali e 30 di grado inferiore) al comando di Theodor Dannecker del SD (Servizio di Sicurezza); unitamente a 300 poliziotti di tre compagnie della Polizia d’Ordine e ad alcune squadre di Kappler (Polizia di Sicurezza). Squadre di 3 o 5/6 agenti si recano nell’ex-ghetto e nella città presso gli indirizzi loro assegnati e tratti da elenchi compilati nei giorni precedenti.

Foto biglietto dattiloscritto consegnato ai capifamiglia: nel testo sono elencati sei ordini da eseguire in venti minuti . L’elenco è compilato con il chiaro intento di ingannare i destinatari degli ordini: “sarete trasferiti”, “infermeria si trova nel campo” “portare con sé” tessere annonarie, carta d’identità, viveri per otto giorni e “Chiudere a chiave l'appartamento e prendere la chiave con sé”. Tutto fa credere che la destinazione temporanea siano i campi di lavoro tedeschi.

Foto documenti d’identità falsi: uno dei modi per sfuggire al pericolo di arresto e di deportazione era quello di procurarsi carte d’identità false. I documenti d’identità riportano nomi falsi “ariani” e risultano rilasciati in città e località del Sud Italia sotto il controllo degli Alleati e quindi non verificabili da parte delle autorità tedesche. Nella parte inferiore del pannello, si possono leggere i veri nomi, tipici della comunità ebraica romana.

All’uscita dalla sala sono collocati importanti documenti nelle bacheche di destra e di sinistra del corridoio.

Bacheca di destra. Alcune schede di arresto di ebrei romani uccisi alle Fosse Ardeatine: 75 ebrei romani, arrestati in vari quartieri della città, vennero aggiunti dal colonnello Kappler alla lista degli ostaggi da uccidere alle Fosse Ardeatine: fra loro anche un ragazzo di 14 anni, Michele Di Veroli arrestato con il padre. Si nota sempre lo stesso termine tedesco “Jude” alla voce “motivo del l’arresto”. Vennero presi e uccisi per quello che erano: ebrei.

Bacheca di sinistra. Simboli delle “categorie da sterminare” nei lager: i prigionieri dovevano portare, cucito sulla “divisa”, un triangolo o altro simbolo di diverso colore che ne determinava l’appartenenza a diverse “categorie da sterminare”. Si nota la definizione di “asociali” relativa a disabili, mendicanti, senza fissa dimora, seguiti dagli “zingari”, dagli “apolidi”, cioè profughi, rifugiati senza documenti e nazionalità, dai “testimoni di Geova”, imprigionati per il loro rifiuto di entrare nell’esercito, di usare le armi per il loro credo religioso pacifista, cui non vollero rinunciare, preferendo restare nei lager. Parte del rapporto di Kappler inviato via radio il 17 ottobre 1943 al generale delle Waffen-SS Karl Wolff, comandante delle SS e di tutte le squadre speciali di polizia tedesche in Italia: “Comportamento della popolazione italiana chiaramente di resistenza passiva ; che in un gran numero di casi singoli si è mutata in prestazioni di aiuto attivo . Per es. in un caso, i poliziotti vennero fermati alla porta di un'abitazione da un fascista in camicia nera, con un documento ufficiale, il quale senza dubbio si era sostituito nella abitazione giudea usandola come propria un'ora prima dell'arrivo della forza tedesca. Si poterono osservare chiaramente anche dei tentativi di nascondere i giudei in abitazioni vicine all'irrompere della forza germanica ed è incomprensibile che, in parecchi casi, questi tentativi abbiano avuto successo. Durante l'azione non è apparso segno di partecipazione della parte antisemita della popolazione: ma solo una massa amorfa che in qualche caso singolo ha anche cercato di separare la forza dai giudei. In nessun caso si è fatto uso di armi da fuoco”.