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Museo storico della Liberazione - Roma

 A seguito del nuovo decreto Covid, in vigore dal 26 aprile 2021, il Museo riapre dal lunedi alla domenica dalle ore 9:00 alle ore 19:00

Sala 4

Documentare la strage delle Fosse Ardeatine. 24 marzo 1944

La strage delle Fosse Ardeatine è, ancora oggi, oggetto di studio. Un gruppo di ricerca dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” – Dipartimento di Storia, Patrimonio culturale, Formazione e Società- ha voluto dare il proprio contributo alle indagini storiche, ideando e sviluppando nel corso del 2016-2018 la piattaforma virtuale ViBia (Virtual Biographical Archive), un archivio virtuale delle Fosse Ardeatine, risultato di una ricerca storico-documentale inizialmente finalizzata al reperimento di quella parte della documentazione delle forze naziste, occupanti Roma dal settembre 1943 al giugno 1944, che è sfuggita alla distruzione, ma che è stata dispersa in vari luoghi del territorio italiano ed estero. L'archivio virtuale accoglie, in un ambiente integrato, descrizioni e digitalizzazioni di documenti in gran parte inediti e schede di oggetti/reperti appartenuti alle vittime, provenienti da luoghi di conservazioni diversi e che, nella piattaforma ViBia, risiedono in un unico dossiers virtuale, intestato alla singola vittima. ViBia è stata realizzata con la collaborazione scientifica della Soprintendenza archivistica e biografica del Lazio, dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione (ICCD), il Museo storico della Liberazione e  l’ Ufficio Storico della Polizia di Stato (USPS).

Attacco di via Rasella. Giovedì 23 marzo 1944

Rosario Bentivegna, partigiano appartenente ai gruppi di azione patriottica, gira per il centro di Roma vestito da netturbino, trainando un carretto di ferro che contiene rifiuti; in realtà, in mezzo ad essi sono nascosti 18 kg di tritolo, attaccati a una miccia. Alle 15.52 a via Rasella la miccia viene accesa e il carretto esplode. In quella strada era in transito in quell’istante una compagnia del III battaglione, 11ª compagnia, del reggimento Polizei SS Bozen, composta da 156 uomini tra ufficiali e truppa, in assetto da guerra. L'esplosione uccise 32 soldati tedeschi, coinvolse diversi civili, tra cui un bambino di soli 12 anni, Piero Zuccheretti. Un altro tedesco morirà all'ospedale nella notte, mentre altri spireranno nei giorni successivi. All'attacco seguì la rappresaglia tedesca, passata alla storia con il nome di strage delle Fosse Ardeatine. Immediatamente dopo i fatti, vennero rastrellati numerosi civili italiani che si trovavano nelle vicinanze di via Rasella; 10 di loro furono poi uccisi. Le prime notizie si ebbero solo il 25 marzo, quando fu emesso il  comunicato del Comando tedesco diffuso nei quotidiani italiani.

La scelta delle vittime e i luoghi di detenzione

Sul luogo dell’attentato giunse immediatamente Herbert Kappler, ufficiale superiore delle SS, che durante l'occupazione nazista di Roma, era il comandante della Polizia di sicurezza e del Servizio di sicurezza di Roma, con sede nella caserma carcere di Via Tasso. Kappler comunicò al quartier generale di Hitler l'avvenimento e ricevette l'ordine di attuare una rappresaglia in proporzione di 50 italiani per ogni tedesco ucciso. L'ordine fu modificato a seguito dell’intervento di alcuni membri dello Stato maggiore di Kesselring, capo delle truppe tedesche in Italia. Fu previsto dunque di uccidere 10 ostaggi italiani per ogni tedesco morto nell’attentato. Le vittime avrebbero dovuto essere scelte tra i condannati a morte, con sentenza definitiva, ma poiché il numero dei condannati a disposizione era inferiore a quanto necessario, prevalse il concetto di far rientrare nel numero dei giustiziati persone genericamente  Todeskandidaten , candidati alla morte.

Gli elenchi delle vittime e l’esecuzione

Anche la scelta del luogo dove compiere la strage fu affidata agli uomini di Kappler: furono ritenute idonee allo scopo le cave di pozzolana ubicate sulla via Ardeatina, tra le catacombe di San Callisto e Santa Domitilla, consistenti di un labirinto di gallerie interconnesse che misuravano da 30 a 90 metri di lunghezza, 4 metri di altezza e 3 metri di larghezza. Terminata la scelta delle vittime e la redazione degli elenchi, alle 15:30 arrivarono i primi camion, con tutta probabilità i primi ad arrivare furono quelli di Via Tasso, seguirono poi quelli provenienti da Regina Coeli. Kappler diede agli ufficiali le istruzioni per l'esecuzione, sollecitando la partecipazione di tutti i soldati. I prigionieri erano condotti nelle cave in gruppi di 5, il capitano Erich Priebke controllava e spuntava il nominativo. Le vittime venivano fatte inginocchiare e gli esecutori, con a capo il capitano Schütz, sparavano un colpo di pistola dall'alto in basso, all'altezza del collo; in questo modo si riteneva di ottenere una morte immediata. Alle 20 circa, genieri tedeschi minarono e fecero saltare l’ingresso delle cave. Per approfondire si rimanda alla cella delle Fosse Ardeatine.