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Ritagli di giornale del 5 giugno 1955 da Pasquale Melchiorre

L’INAUGURAZIONE DEL MUSEO DI VIA TASSO: SABATO  4 GIUGNO 1955

I QUOTIDIANI DI DOMENICA 5 GIUGNO 1955

 

  Il 4 giugno 1955 è sabato. La giornata comincia di buon ora al Quirinale con il cerimoniale già pronto a scandire l’unico impegno della mattinata del Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, eletto poco più di un mese prima il 29 aprile. Per  questa data, infatti, è programmata l’inaugurazione ufficiale del “Museo storico della Lotta di  Liberazione” a Via Tasso, 145.

  Si tratta di una delle prime uscite pubbliche e di uno dei primi impegni ufficiali del nuovo Presidente della Repubblica.  Sono passati undici anni dalla Liberazione di Roma, il 4 giugno 1944, e poco più di undici dalla Liberazione del paese dalla ferocia nazifascista,  il 25 aprile 1945.

 Questo il programma ufficiale della mattinata documentato dall’Archivio del portale storico della Presidenza della Repubblica. 

https://archivio.quirinale.it/aspr/diari/EVENT-002-001498/presidente/giovanni-gronchi

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pagg  8 dagli archivi del Quirinale 4 giugno 1955 cronaca della mattinata del presidente Gronchi-8.jpg

 

Una scelta significativa quella del Presidente della Repubblica che viene commentata con favore ed apprezzamento da Antonello Trombadori nella conclusione del so articolo “Il Museo della Resistenza Romana – Via Tasso,145” del 5 giugno a pag. 3  de  “l’Unità”, organo del PCI.  Antonello Trombadori, Giacomo il nome di battaglia, uno degli organizzatori della Resistenza romana e dei GAP, fu arrestato il 2 febbraio del '44 e detenuto nel carcere di via Tasso. Verrà trasferito nel braccio tedesco di Regina Coeli dove era ancora prigioniero il 24 marzo del '44. Si salvò grazie all'azione del medico socialista del carcere Alfredo Monaco, che lo aveva ricoverato temporaneamente in infermeria. Trombadori in questo articolo racconta la dura realtà quotidiana della detenzione in Via Tasso. Con precisione e con dettagli che solo un testimone  diretto può ricordare. Insomma un testo che legittima storicamente la decisione di  creare un luogo della memoria su quegli otto mesi di lotta, di resistenza, di eroismo contrapposti agli otto mesi di terrore, di violenza cieca e sanguinaria dei nazifascisti.  “Ci son voluti undici anni, meglio che mai” il suo commento dopo una visita nell’ex carcere occupato nel dopoguerra da famiglie di sfollati.

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 La stessa Unità, a pag. 5, poi pubblica un articolo non firmato sulla mattinata, iniziata con una messa in suffragio dei morti della lotta di liberazione, celebrata da don Andrea Montezemolo, figlio del colonnello Giuseppe Cordero di Montezemolo trucidato alle Fosse Ardeatine. Particolare attenzione viene posta su alcuni degli strazianti graffiti delle celle d’isolamento.

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L’altro giornale della sinistra Avanti!, organo ufficiale del PSI, dedica metà della pagina 7 del quotidiano al racconto della mattinata ed alla descrizione dei luoghi più sacri del Museo, le celle di isolamento, dove furono detenuti i  partigiani.. L’articolo porta la firma di Edoardo Rossi che ripercorre alcuni episodi della sua esperienza di antifascista. Si tratta di un testo assai coinvolgente perché punta sulle sensazioni provocate dal contesto ambientale e dalle testimonianze grafiche e graffite contenute nei pochi locali del Museo. E solo alla fine dell’articolo compaiono le informazioni sulla cerimonia ufficiale.

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La presenza del Presidente della Repubblica all’inaugurazione del primo nucleo di quello che oggi è ufficialmente il “Museo Storico della Liberazione” trova eco e spazio anche nelle grandi testate: il Messaggero, il Corriere della Sera e la Stampa.

Il quotidiano romano di Via del Tritone, di spalla sulla prima pagina, sotto il titolo ‘Nella ricorrenza dellaLibe razione’ pubblica una foto dei  Gronchi al suo arrivo al Collegio S. Maria .

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 All’interno, pagina 4  in cronaca di Roma, si trova la ,  non firmata, della mattinata.  Un racconto preciso e dettagliato, ma scarno, con qualche venatura retorica, fa l’elenco delle autorità e degli intervenuti e descrive sommariamente le celle. A chiudere  il pezzo la notizia della celebrazione dell’undicesimo anniversario della strage de La Storta del 4 giugno 1944,  in cui 15 prigionieri portati via dal carcere nazista, furono fucilati dai Tedeschi in fuga. Il tutto in un contesto grafico di articoli di cronaca nera  locale.

 

  Il Corriere della Sera,  a pagina 5 dell’edizione nazionale per la firma di Carlo Laurenzi, punta l’attenzione principalmente sul racconto dettagliato dell’intera cerimonia, sulle persone e sulle personalità presenti all’inaugurazione e, infine, sulle figure di alcuni dei martiri della Resistenza romana passati per quelle scale e per quei tristi locali.  Colpiscono l’immaginario dei lettori la figura del giovane sacerdote celebrante,  venticinquenne biondo, figlio di Giuseppe Cordero di Montezemolo; quella della sorella di un militare britannico detenuto a Via Tasso e ucciso dai Tedeschi; quelle dei residenti della via, affacciati alle finestre, degli studenti del collegio S. Maria presenti e dei muratori affacciati dalle impalcature di un cantiere edile a seguire la cerimonia.

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A centro pagina 5  Delio Mariotti  nel suo ‘servizio particolare’ centra l’attenzione sulla descrizione dei quei, primi, pochi locali del Museo e principalmente su due figure: Giuseppe Cordero di Montezemolo e don Giuseppe Morosini.

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 Anche l’Osservatore Romano,  organo ufficiale della Santa Sede, decise  di riservare attenzione alla cerimonia dell’inaugurazione del Museo. A pag. 5. la cronaca breve della mattinata con un particolare accenno alla “ninna-nanna” composta da don Morosini, cantata dalla soprano Liliana Tiberi.

5 giugno 1955.jpgLasciamo ai lettori la curiosità di scoprire personalmente quali fossero e che ruolo avessero le persone e/o le personalità presenti ai vari momenti in quella giornata di 65.A noi interessava ricreare l’atmosfera di quel giorno, le sensazioni dei cronisti e dei giornalisti  e/o le emozioni - di parte o non di parte – che hanno provato sia i partecipanti che i lettori dell’eAssai interessante pare anche la possibilità data a chi legge di capire come, da quel giorno ad oggi, il Museo sia cambiato e si sia trasformato. Resta comunque, alla lettura, la sensazione che nel 1955 le ferite della guerra e dell’occupazione tedesca, a 10/11 anni di distanza,  fossero ancora vive sulla carne di chi quel periodo lo hanno vissuto.

PASQUALE MELCHIORRE

 

 

 

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